giovedì 13 dicembre 2018

Milano ottobre 2018


Alla fermata dell'autobus, Corsico, una domenica pomeriggio di fine settembre. Un marocchino sui 35 parlava in arabo concitato al telefono. Vicino a lui una donna ben in carne, somatico tipico, carnagione olivastra, occhiali da sole a specchio , jeans attillati. Il marocchino finisce la telefonata e mi guarda.
-Zio, è dura avere due mogli.
-Tu hai due mogli? , gli dico. Indosso jeans e felpa sportiva e zaino verde con dentro taccuino, una copia di "Moon Palace" di Paul Auster, che sto leggendo e la macchina fotografica.
-Sì, certo, noi possiamo.
-Ah, già, siete mussulmani.
-Non c'entra niente essere mussulmani. Io le posso mantenere.
-Ah, che lavoro fai, scusa?
-Il magazziniere, dice. E sorride. Poi squilla ancora il suo cellulare. Sembra che si stia incazzando con chi lo chiama.
-E' mia moglie, dice, quell'altra, quella che vuole un armadio per metterci dentro la tv. E lo vuole subito! Poi attacca a parlare in arabo. L'altra donna, l'altra moglie sghignazza di brutto divertita.
Approfitto per chiederle se è vero, che lei è la seconda moglie.
-Sì, dice.
-Eh...scusa se chiedo, ma ti piace?
Il marocchino , maglia a maniche corte, pizzo, pancia sporgente, continua a concionare fitto al telefono, sembra ci siano divergenze di opinione.
-Fino a che mi conviene, va bene, dice lei. E mi sorride..
-Ma siamo in Italia, non sei obbligata, dico.
-Infatti, nessuno mi obbliga. Tanto i mariti hanno tutti due o tre donne. Noi facciamo le cose aperte, secondo legge.
Resto senza parole. Ma la tizia non sembra avere tutti i torti.
-Ma puoi divorziare, se vuoi?
-Certo, quando voglio. Se lui trattare male io posso. Sempre secondo Corano.
Arriva l'autobus, il marocchino ha smesso di litigare al telefono con la moglie numero 1. Deve essere più carina e , di conseguenza, più pretenziosa.
-Lei brava, questa moglie qua, fa rivolto alla donna che sale con noi sull'autobus. Lei mandava soldi a me quando era in Marocco. E le dà una carezza sul capo, le carezza i capelli lunghi legati a coda equina un po' mesciati.
Mi siedo e li osservo parlare. Squilla ancora il cellulare , a lui, al magrebino. Alza gli occhi al cielo come per imprecare. Deve essere la moglie numero 1. La donna seduta sul sedile a fianco ride apertamente. Sembra divertirsi.
Due fermate dopo scendono.
-Ciao, zio, mi fa, scendendo dall'autobus , con un sorriso contagioso. E io non posso fare a meno di pensare, non sappiano nulla dell'Islam. Non sappiamo nulla di come si vive l'Islam. E, sotto una certa angolatura, della grossa, forse Maometto aveva previsto l'infedeltà coniugale alle lunga e aveva tentato una sorta di legalizzazione. Potremmo pensare per legalizzare le corna, ma potrebbe anche essere che a talune donne stia bene. Chi siamo noi per giudicare? Cristiani che si sposano e hanno concubine a destra e a manca clandestinamente e che clandestinamente si fanno altre famiglie , che, per inciso, non hanno tutele legali rispetto alle famiglie ufficiali?


A Romolo, scendo dall'autobus e prendo la metropolitana. E' strapiena, direzione Cadorna. Da lì conosco un certo percorso che a piedi, attraversando Parco Sempione mi porta in via Paolo Sarpi, piena Chinatown milanese. In piedi davanti a me, sono riuscito a sedermi-chi sa perché, nessuno vuol sedersi nei posti in mezzo, ma sempre agli estremi dei posti in fila dei vagoni della metro, quasi che evitassimo la prossimità fisica degli altri da noi- ci sono due giovani, una coppia di ragazzi sudamericani. Potrebbero essere peruviani, equadoregni, gente latinamericana di idioma ispanico. Lui grassottello, cappellino da giocatore di baseball, pantaloncini, scarpe da basket americane, t-shirt di qualche squadra di baseball. Lei , volto incaico, naso un po' schiacciato, zigomi indio, anche lei con un po' di pancetta sporgente. Hanno entrambi in mano una birra da tre quarti Moretti ciascuno. E trangugiano in quelle bottiglie di giustezza, di quando in quando, assaporando. Tra un effusione e l'altra. Si strusciano e pomiciano davanti a tutti. Lei sembra più grande di lui. Ad un tratto lui le morde il lobo dell'orecchio. Poi scendono alla fermata successiva. Due anziani commentavano disgustati. Io posso convenire che la libertà d'espressione corporea deve svolgersi nel rispetto degli sguardi altrui. E ne convengo. Però tutto sommato, quante volte ho visto dei ragazzi italiani rovistarsi con le lingue le rispettive tonsille . E li abbiamo guardati con lo stesso disgusto, con la stessa riprovazione? O abbiamo tollerato perché siamo stati giovani anche noi. Diciamola tutta, è istintivo pensare allo straniero che viene ospite a casa tua e si comporta come se fosse a casa sua. Ma essere giovani è una nazione unica. Ed essere liberi nella propria privacy un valore universale.


Scendo a Cadorna e sulla piazza sotto gli alberi, mentre guardo l'Ago di Milano rossoverde di Gae Aulenti, su delle panchine e dei tavoli di pietra, anziane matrioske bielorusse e ucraine consumano il pasto della domenica, in libera uscita dai loro vegliardi euroccidentali moribondi ...fette di salumi in carta oleata ben aperti, pane e vodka. E vecchi racconti della madrepatrie ex sovietiche.
Attraverso la piazza e mi dirigo verso il Castello Sforzesco. Sulla pista pedonale intorno al castello sfrecciano biciclette, pattinatori, joggers. Entro nel castello, nello stretto budello che lo attraversa e mi immergo nel torrente umano dei turisti nippo-russo-cino-anglo-americani. Lo spiazzo interno del castello è pieno di gente che fa selfies , che fotografa a destra e a manca. Fuori dal Castello uno spiazzo di terra battuta bianca, gente dappertutto, bella giornata di sole, e scelgono l'aria, la natura, gli alberi, l'hashish venduto dietro i cespugli, freesbe inseguiti dai cani, cani inseguiti dai freesbe, freesbe e cani che inseguono gente...e quando non so più distinguere la reificazione è completa. Attraverso il ponticello sul laghetto pieno di trote e uccelli acquatici, qualche artista di strada qua e là che racimola spiccioli schitarrando qualcosa o percuotendo bidoni di latta e plastica, e poi le tribunette dove i soliti Senegal boys si esibiscono in percussioni infinite , in apnea, quasi, senza tempo e senza tempi, a volte a tempo, a volte fuori tempo, ma sempre interessante sottofondo tribale per le varie tribù della metropoli che sfilano sulle sterrate del parco o sui prati verdi-una ragazza distesa al sole su un prato solitario, un palco di cementarmato di un Teatro permanente da poco costruito sullo sfondo, legge un libro di psicologia, immagine tautologica di chi pensa che bisogna essere pazzi ancora a leggere al giorno d'oggi, invece di chattare- cingalesi che si muovono con le loro famiglie numerose, con abiti sgargianti che odorano di curry, centrafricani che , lì a fianco, si danno da fare a giocare a basket per sentirsi afroamericani per qualche studentessa fuorisede appulolucanocalabrosicula...e poi ecclo lì: l'Arco della Pace, circondato da un enorme ammattonato e proprio lì, fuori dal parco dei gradoni che fanno da tribunetta. Mi siedo e faccio le mie meditazioni, leggo un po' Moon Palace, scrivo qualcosa su un taccuino, mentre davanti a me due ragazze sui 25 sfumacchiano e commentano sui rispettivi possibili fidanzati rincitrulliti ad libitum-per favore ditemi qualcosa che non so, a auell'età è troppo facile papparvi gli ometti, poi più tardi ci sarà la rivolta di Spartacus e di tutti i barboncini_maschi al guinzaglio-...Mentre sono davanti a quel meraviglioso monumento che i milanesi ersero per Napoleone ( e che adesso vorrebbe Di Maio, ne deve ingurgitare friarelli!) e che oggi è diventato un luogo magico di pace e tranquillità, poco popolato, per fortuna, ma da gente giusta alla ricerca di una palestra di meditazione spirituale tipo Stonehenge. Mi accorgo di aver parlato troppo presto allorché vedo due neri centrafricani vestiti da artisti, uno con i capelli ossigenati, più minuto e barba scura, l'altro con i capelli rossi, più massicccio e corpulento. Sono venuti a girare un video con un regista italiano che poggia uno smartphone con il pezzo a tutto volume e i due nostri eroi della razza nera che vuole diventare bianca, si agitano ballando e muovendo la bocca come certe dragqueen che cantano in playback in spettacoli a suo  modo divertenti-se sono LORO a farlo- Mentre il regista, un giovane italiano munito di telecamera e attrezzatura e tutto, gira il video rap, fa l'occhietto alla nera che regge un pannello a destro della scena che deve togliere un po' di riflesso. La nera sorride come se le avessero infibulato le orecchie, quasi soffrendo per la falsità. Sembra voleri dire, penso, credevo d aver fatto un salto di qualità, con questo bianco ricco e talentuoso, ma invece sono tornata a fare la sguattera, sia pur d scena.  Mi alzo e attraverso la piazza, disgustato da tutta questa gente che vuol'essere qualcun altro e mi dirigo verso via Paolo Sarpi. Ci arrivo dieci minuti dopo, in questa via al centro della Chinatown milanese, piena di china-boys, di ristoranti cinesi, supermercati cinesi. Mi fermo davanti ad un food di strada cinese, prorio a fianco a "La Vucciria", posto che spaccia arancini , cannuoli e la mitica e icastica birra "Minchia", che mi viene fatto di pensare, come resistono alla concorrenza dei "Mo" e dei "Baozi", panini ripieni di carne di maiale e manzo e verdure tritate a due euro al pezzo. Infatti poco dopo mi rifornisco anch'io, dopo una breve fila, dietro turisti neozelandesi . E c'è una coppia tenera, lei non vedente che chiede di mangiare vegano, e le cinesi dietro al banco capiscono e la accontentano, con un involtino primavera fatto sul momento cn i fiocchi, altro che  i surgelati dei ristocinesi da navigli. Quando servono me la cinese dietro al bancone mi dice il prezzo: "tutto quello che vuoi, dico e che sarà mai", le faccio. lei ride follemente. Boh, sarà per questo che il riso è il loro piatto nazionale? Mentre mi avvio lungo Palo Sarpi con i mie panini in mano che divoro in cammino sorseggiando una Manabrea gelida, alcune donne cinesi vestite in modo sensuale, si muovono in modo sgraziato, tanto da sembrare un pugno nell'occhio di un Polifemo voyeur. E resto a guardarle con una certa ammirazione , dovuta al loro assoluto menefreghismo , persino mentre vedono passare altre ragazze cinesi da film porno che sprizzano sensualità alla Gong Li scappata da una tenutaria di bordelli mafiosa. Che meraviglia andarsene in giro per Milano multietnica e che tristezza sarebbe una città popolata invece di muratori bergamaschi avvinazzati che si aggirano per una metropoli lombarda priva di stranieri. Chapeau Nelson Mandela!
























































sabato 26 maggio 2018

Torre Guaceto, Gallipoli, spicchi di Salento! Maggio 2018

Una settimana a casa, quella che considero la mia casa. Perché a Corsico ci abito ma la mia casa è il Salento, la Puglia, Ostuni. Una settimana di ferie che mi proietta come in un sogno in un'altra dimensione. Questi lidi, la spiaggia di Torre Guaceto, normalmente visitata in periodo di ferie estive agostane canoniche, non ha lo stesso fascino selvaggio e onirico che mostra in questa parte dell'anno quando la primavera sta tracimando in estate e le acque sono gelide come quelle di torrenti montani ma fuori la temperatura è mite e si deve approfittare per fare il bagno, cosa che chi abita sempre in questi luoghi, avendoceli vicini sempre, tende a non fare. Se hai la pancia piena aspetti i bocconi migliori, di solito è così. Ma a me va bene così, la dimensione selvaggia che ancora questi luoghi offrono è più godibile in questo maggio ancora piuttosto marzaiolo e pazzerello. Lungo la spiaggia di Torre Guaceto, oasi avifaunistica in provincia di Brindisi, sulla strada Litoranea e vicino a Carovigno, cammino a passo sicuro sulla sabbia incontrando una miriadi di orme di scalpicci che mi hanno preceduto e alcuni turisti, prevalentemente stranieri, che saluteranno il mio bagno, più tardi, con una salve di facce meravigliate. Incontro il cadavere di  una Caretta Caretta, tartaruga marina che a volte si spiaggia in questi lidi e viene a morirci su per i più disparati motivi. Il mare porta  di tutto sulla spiaggia, immondizie varie, scarpe da Jogging che hanno fatto da tana a chissà quali pesci e tronchi d'albero, uno dei quali, in lontananza mi tiene in una strana nevrotica apprensione, finchè non mi ci avvicino abbastanza, perché la suggestione e la lontananza e l'arte espressiva e scultrice del mare lo fa assomigliare ad un corpo umano riverso sul bagnasciuga.
Più in là, sullo sfondo della Torre d'avvistamento dei Saraceni, di Torre Guaceto, una spianata di cespugli di salicornia, l'insalata di mare ricca di iodio ferro e vitamina "c" che popola le tavole di ristoranti a' la page. Poi il tramonto mi coglie improvviso ammantandomi con il suo fascino tropicale mediterraneo, il sole luccica sul mare che rimanda a specchio questo luccichio come di slamature di pesci invisibili.

E poi Gallipoli...Gallipoli e i suoi vicoli ben tenuti pieni di ristoranti di pesce, Gallipoli e il suo porto, il castello, le chiese, le icone che raffigurano ad ogni crocicchio San Giorgio che uccide il Drago, il male, i turchi, i Saraceni e tutto il mondo di una terra che si sente bastante a se stessa ma che l'ingordigia umana vuole ancora una volta ferire facendovi passare in mezzo un gasdotto. Gallipoli e le baracche del pesce appena pescato, dove i gamberi  autoctoni, da mangiare rigorosamente crudi, vanno a 15 euro al chilo, contro 50 di Milano...quando li trovi.
Il tramonto di un altro giorno mi sorprende perso fra le strade di Cerano, vicino Brindisi, già sulla via del ritorno, mentre un arcobaleno si staglia sull'orizzonte, a significare, che nessun veleno, nessun inquinamento , mai, impedirà il sorgere di una nuova alba, di una nuova era. Finche avremo queste immagini a ricordarci che il mondo com'era non aveva proprio bisogno di insediamenti obitoriali.

Buona visone