Con una vecchia tuta blu della nike esco in passeggiata serale-notturna, un pezzo in autobus e molto a piedi. Sul 325 da Corsico mi faccio lasciare a un paio di chilometri da Porta Genova, c'è umido, leggera nebbia, così, i contorni delle mura sul naviglio dalla parte opposta della strada , l'illuminazione notturna , i neon dei negozi , mischiandosi stroboscopicamente con i fari della auto, suonano la musica del sera, senza musica, senza danze, senza divertimento( forse solo un rauco stridio metallico di antichi tram sferraglianti), se non il puro osservare lo svolgersi per la lotta per la sopravvivenza.. Come un Jack Kerouac appulo trapiantato nel nord padano ovest milanese percorro queste strade questi marciapiedi che bagnati da una pioggerella notturna leggera luccicano sotto le luci della notte e attraverso il ponte di Ripa di Porta Ticinese e mi dirigo verso Porta Genova. Cammino e studio i contorni delle cose, delle case , delle persone , le loro morfologie, le loro posture, estratti di frasi colte qua e là che mi danno poeticamente la misura del mio tempo.Salgo su un ponte di ferro verde e rugginoso, ponte pedonale che sorvola i binari della stazione di Porta Genova e all'interno di questa vertebra di dinosauro gettata al di sopra un bel po' dei binari, ragazzi spleen postmoderni hanno esercitato le loro arti figurative pittoriche di strada i cui fotogrammi mi commuovono per la disperata ricerca di originalità con l'uso della modernità che di originalità ne ha poca per non dire niente .Un treno staziona prima di dirigersi a Mortara, nella sera umida e già nebbiosa pieno zeppo di cingalesi e indiani e qualche pendolare padano, mentre i muri sono aggrediti dai graffiti come sterpaglie di spray aeriforme di colori vari dai significati e dalle traiettorie incerte come le vite di chi li ha significati su muri treni panchine ponti marciapiedi , in un disperato bisogno di dire al mondo"ci sono", anche se solo e soltanto mi noterai per il fastidio. Ma i graffiti brutti quando sono sovrabbondanti e monotoni e uguali alla fine diventano paesaggio e nessuno li nota più come chiunque voglia mettersi in vista a tutti i costi- bisogna essere santi taoisti per capire che meno agisci e più incidi, meno mostri e più ti guardano-Proseguo abbandonando il ponte dei 100 colori e via verso Corso Genova, via verso via De Amicis, su questa avenida di negozi illuminati e chiusi che fanno sembrare giorno, tanto illuminano. Per via De Amicis percorro il marciapiedi nel traffico incessante della sera e passo davanti al museo degli Strumenti di Tortura, in S.Ambrogio. Via via lungo Via Carducci, davanti al bar Magenta, dove un paio di ragazze bionde trentacinquenni sono uscite a fumare nervosamente e parlano al cellulare-dico proprio col cellulare-dal momento che l'interlocutore elettromagneticamente opposto non sembra destare più di tanto il loro interesse, perlomeno a giudicare dalla velocità con cui ingurgitano fumo, senza piacere, senza gusto e senza pace. L'ago di Gae Aulenti in Piazzale Cadorna campeggia giallo rosso e verde, i miei colori preferiti, con i contorni luccicanti , bagnato dalla pioggia notturna e accarezzato dagli sguardi assenti dei tanti nonsochefare della notte che passano in macchina con lo stesso ambientalista senso di colpa di un leone affamato davanti a una gazzella malata. Pozzanghere riflettono alti palazzi e sagome metalliche di auto parcheggiate come bare di morti che si credono vivi solo perché ricevono ancora lo stipendio. Me ne torno di volata, dopo che la stazione di Cadorna è semideserta -neanche sono le nove di sera-tutto chiuso, solo stanchi barboni che chiedono una moneta per un panino al prosciutto che nessuno vende. E Temporary Shop in affitto in via De Amicis, in ristrutturazione, equivalente commerciale e laterizio dei lavoratori a chiamata. Una coppia araba attraversa corso Genova, lei minuta col velo, volto scoperto e occhi luccicanti nella notte e lui magro scheletrito con la stessa espressioni contrita e furba dell'attore siciliano del neorealismo cinematografico anni '50. Buona
visione.
PHOTOS BY DANILO COPPOLA
Esercitare liberamente il proprio ingegno, ecco la vera felicità, Aristotele.
venerdì 11 ottobre 2013
mercoledì 9 ottobre 2013
Area ex Pozzi e naviglio di Corsico, photos by Danilo Coppola, primi di Ottobre 2013
Uno stanco pomeriggio libero dal lavoro mi aggiro nei dintorni di casa a Corsico, a piedi attraverso un ponte che come il collo di un brontosauro attraversa il naviglio placido che come uno specchio riflette i palazzi anni 60-70 intorno, dei pensionati siedono su una panchina e il gomito che mi porta su un altro ponticello sul naviglio reca disegni di graffiti multicolorati che non rendono il tremulo fastidio del averli dovuti disegnare di notte col cuore in gola(questi graffitari o sono geni o mentre lavorano se ne fregano delle implicazioni, come lavorassero in trance), dall'alto del ponte osservo joggers che provano a battere il tempo che passa rallentando la vecchiaia, o semplicemente si rilassano o ancor più semplicemente uccidono lo stress stressandolo come fosse una sorta di vaccino, poi ci sono pattinatori e ciclisti , ogni sorta di movimentista motorio, insomma...Dopo un po' entro all'interno di un recinto proprio sotto questo ponte metallico bianco molto "americano" e mi insinuo nella vegetazione spontanea, in mezzo agli alberi, oltrepassati i quali scorgo un vasto edificio semisgretolato dal tempo , i cui metalli superstiti sono rosi dalla lebbra della ruggine, è la ex Cartiera Pozzi. Mi aggiro un po' intorno a due vasti parallelepipedi attaccati dalla vegetazione, con le pareti di cemento su cui ofidicamente come serpenti amazzonici serpeggiano delle edere lunghissime-impossibile entrare all'interno, la vegetazione sta come inglobando i corpi cementizi-Scorgo una scritta in cirillico sul muro e immagino che per qualche tempo queste fetide umide mura abbiano ospitato clandestini di ogni dove , specie dell'est europa, incuriosito dall'idea secondo la quale gli eredi del comunismo siano andati a dormire in un posto che per anni è stato vissuto da esponenti di una delle classi operaie più coese d'europa, che abbiano insomma respirato la stessa aria bolscevica. Si può viaggiare anche dietro casa, a volte, nel tempo, basta respirare la stessa aria della storia delle storie degli uomini che nei tuoi dintorni hanno vissuto recando con sé storie a loro volta di altri mondi. Firmo con il consueto autoscatto.
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